Cenni storici sulla Diocesi di Messina

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Secondo la tradizione l’Apostolo Paolo, prima di concludere i suoi viaggi missionari a Roma, venne sbattuto dalle forti correnti dello Stretto sulle coste messinesi, ove predicò la buona novella ed organizzò la gerarchia ecclesiastica locale, ordinando Bacchilo primo vescovo della Città  del Faro.

Tuttavia, i primi nomi certi di vescovi messinesi (Eucarpo, 502) risalgono al pontificato di Simmaco (498-514) e, in seguito, al tempo dei papi Pelagio I (556-561) e Gregorio Magno (590-604), i quali scrissero ai vescovi Eucarpo (558?560), Felice (590) e Dono (593).

Nei due secoli successivi è documentata la presenza di altri presuli messinesi a concili e sinodi (Gaudioso, 787; Gregorio, 868), ma con la conquista della Sicilia da parte degli Arabi (827-965) tutta l’organizzazione ecclesiastica isolana scomparve. Solo nelle impervie vallate di Val Demone qualche monastero greco sopravvisse, solitario custode di un ricco patrimonio culturale e religioso.

Dopo un primo tentativo fallito, Ruggero nel 1061 riusciva a sbarcare contemporaneamente sulla costa Ionica, nei pressi di Tremestieri, e su quella tirrenica, inoltrandosi fino a Milazzo e occupando Rometta, e chiudeva la città  e il suo retroterra in una sacca, e la costringeva alla resa. La riconquista della Sicilia potè così iniziare da Messina, e da là  spingersi fino all’occupazione della roccaforte di Troina, che Ruggero scelse come capitale (1080), e che nel 1081 elevò a sede vescovile, prima ancora che venissero concluse le ostilità  contro i Musulmani (1091).

Il Gran Conte, pose a capo della nuova chiesa Roberto, uomo di sua fiducia e di origine normanna, senza, però consultarsi con il pontefice Gregorio VII, il quale, giustamente, pur promettendo di consacrare il presule, fece osservare che per l’elezione occorrevano un legato apostolico e il nostro consenso. Sono le prime avvisaglie che portarono i Normanni a veri e propri scontri con il papato circa l’esercizio del potere ecclesiastico in Sicilia. 

Il trasferimento della sede da Troina a Messina risale al 1087, anno in cui Ruggero concesse al vescovo Roberto e alla Chiesa di San Nicola (prima cattedrale di Messina) il territorio di Regalbuto; per questo, nei secoli successivi, i presuli messinesi porteranno il titolo di Conte di Regalbuto e, in seguito, essendo arricchita la mensa arcivescovile dei feudi di Alcara e Bolo, anche quelli di Barone di Bolo e Signore di Alcara.

Nel 1096 il Gran Conte sancì definitivamente l’unione delle chiese di Messina e Troina nella persona di Roberto, vincolo rimasto fino ai tempi della regina Costanza.

I già  difficili rapporti con la Sede Apostolica peggiorarono, poi, nel 1098, quando Urbano Il nominò “comite inconsulto”, lo stesso vescovo di Troina-Messina legato apostolico in Sicilia, per fermare le ingerenze di Ruggero nelle chiese siciliane. Essendo Roberto persona di fiducia del normanno, il pontefice, probabilmente, aveva tentato di ammorbidire il passo del Gran Conte; ma questi, vedendo minacciate le proprie prerogative, reagì facendo arrestare il presule. Roberto venne rilasciato dopo pochi mesi in seguito agli accordi di Capua tra Urbano e Ruggero, il quale promise di non compiere mai più atti simili, concedendo alla chiesa di Messina “cum clericis et laicis” il privilegium libertatis (essere, cioè immediatamente soggetta a Roma).

La nomina dei vescovi siciliani, in questo periodo, rimase, tuttavia, una prerogativa regia che Ruggero Il, figlio del Gran Conte e primo sovrano di Sicilia, difese strenuamente. Egli, ancor più del padre, fece della politica ecclesiastica il cavallo di battaglia del proprio programma di governo. L’occasione propizia tu data dallo scisma del 1130 che oppose Innocenza Il ad Anacleto Il. Questi, eletto dalla maggior parte dei cardinali, ma avendo contro un uomo come San Bernardo, potè contare esclusivamente suIl’appoggio di Ruggero Il, a cui, riconoscente, concesse: il titolo di re di Sicilia; nel 1131, l’erezione della sede episcopale messinese a metropoli (suffraganee Catania, Cefalù e Lipari-Patti) con la bolla “Piae postulatio voluntatis”; la fondazione della Regia Abbazia del SS. Salvatore in “lingua phari” (Archimandritato); l’erezione delle nuove diocesi di Cefalù e Lipari-Patti.

Nel 1159, a scisma ormai concluso, Eugenio III, nella bolla “Cum universis ecclesiis” indirizzata a Roberto Messanensi episcopo, non riconobbe l’erezione della sede metropolitica da parte dell’antipapa Anacleto, ribadendo il “privilegium Iibertatis”, in base al quale i suoi successori avrebbero dovuto recarsi a Roma per la consacrazione.

Nel 1166, dopo lo visita a Messina dell’ anno precedente, Alessandro III, finalmente, concesse lo “jus metropoliticum in perpetuo” ai pastori della Chiesa messinese, e all’arcivescovo Nicola, con la bolla “Licet omnes discipuli”, l’uso del pallio e le chiese suffraganee di Cefalù Lipari e Patti.

Il primo secolo di vita della risorta Chiesa peloritana si concluse con la solenne dedicazione della Cattedrale il 22 settembre 1197, dedicata a S. Marta da parte dell’arcivescovo Berardo, alla presenza dell’imperatore e re di Sicilia, Enrico VI di Svevia, della moglie Costanza e del figlio Federico Il.

Il sec. XIII, iniziato felicemente sotto la Dinastia Sveva, si chiuse in maniera tragica a causa della guerra del Vespro (1282-1302). Messina, ultima tra le città  siciliane a schierarsi a favore degli Aragonesi, dopo il fallimento dell’ambasceria del cardinale Gherardo da Parma, legato pontificio, venne investita dalla truppe angioine fedeli al papa, e colpita dalla scomunica. Il clero locale si divise tra le due fazioni. Tra chi preferì mettersi al sicuro, vi fu anche l’arcivescovo Rainaldo che raggiunse la Curia romana per intercedere a favore dei suoi figli spirituali incorsi nelle ire del vicario di Cristo. Da allora la sede messinese rimase vacante per più di vent’anni, visto che alla morte di Rainaldo (1287), il Capitolo, convocato a Napoli, elesse arcivescovo il cappellano pontificio Francesco della Fontana, il quale, dopo pochi mesi, rinunci?al possesso della sede.

Dopo la pace di Caltabellotta, Benedetto XI ponendo fine alla vacatio, nominò un uomo del suo entourage, il cappellano pontificio Guidotto d’Abbiate, decretorum doctor, pastore della Chiesa peloritana. Questi rimase a Messina fino alla morte, lasciando ai posteri i magnifici mosaici che ornano le absidi del duomo, e il suo monumento sepolcrale, a ragione giudicato il più  bell’esempio di scultura della Cattedrale, a noi pervenuto. Con lo morte di Guidotto, la sede vacò per altri sette anni, non avendo il pontefice accettato l’elezione dell’arcivescovo fatta dal Capitolo della Cattedrale, così come accadrà  in altre occasioni.

In seguito, durante il Grande Scisma d’Occidente (1378), il clero e la nobiltà  messinese preferirono rimanere fedeli al papa di Roma Urbano VI, che alloggiò nel monastero del SS. salvatore durante la sua visita nella città  (1385), e fu prodigo di favori con essa. I nuovi cappellani pontifici siciliani saranno, infatti, tutti messinesi. Nello stesso periodo, l’arcivescovo messinese Filippo Crispo celebrò il primo sinodo diocesano (1392).

Nel Quattrocento pur continuando i difficili rapporti tra Capitolo e Curia romana circa il diritto di elezione dei metropoliti, si imposero alcune figure di presuli, come il catanese Giacomo Tedeschi, che ebbe un ruolo decisivo nella difesa del patrimonio della Maramma (Opera del Duomo) e nella fondazione del Monastero di Montevergine. Inoltre, la Cattedrale si arricchì in quegli anni delle famose reliquie della chiesa di San Giacomo a Capizzi, trasferite a Messina dal cavaliere Sancio de Heredia per ordine di Alfonso il Magnanimo. Nello stesso periodo la vita messinese fu inasprita da gravi conflitti sociali per il governo dell’Universitas, che videro contrapposti Nobiles e Popolares, e a cui il clero cittadino non rimane estraneo. Sarà  l’arcivescovo La Lignamine, appartenente ad una famiglia presente da due secoli nella giurazia della città  a svolgere, nel 1516, un’importante opera di mediazione tra le due opposte fazioni che porterà  alla famosa “concordia”.

Dal Concilio di Trento, a cui fu presente l’arcivescovo Cervantes, venne stabilito che ogni diocesi istituisse un seminario per la formazione dei chierici. A ciò provvide, già  nel 1573, l’arcivescovo Retana. L’opera fu portata a termine dal successore Antonio Lombardo, che convocò pure il secondo sinodo diocesano (1588).

Sempre in quegli anni (1571) si ricorda la partenza da Messina della flotta cristiana, comandata da Don Giovanni d’Austria, a cui l’arcivescovo consegnò il vessillo inviato da S. Pio V, per affrontare i Turchi nelle acque di Lepanto.

Nel Seicento e Settecento, la Chiesa messinese visse momenti di particolare fervore religioso (ben cinque sinodi diocesani dal 1621 al 1725), ma soffrì per gli eventi luttuosi che colpirono la città  la rivolta antispagnola del 1674-78; la peste del 1743 durante la quale morirono circa 30.000 persone, tra cui lo stesso arcivescovo ed il terremoto del 1783, che distrusse, numerosi edifici e danneggiò gravemente la Cattedrale.

AI primi dell’Ottocento, dopo la restaurazione, come previsto dal Concordato di Terracina tra Borboni e Santa Sede (1818), risale lo smembramento del!’ arcidiocesi, che si estendeva territorialmente fino alle attuali provincie di Palermo, Catania ed Enna. Da essa nacquero nel 1817 e nel 1844, rispettivamente, le diocesi di Nicosia ed Acireale, mentre nel 1827, la diocesi di Patti ricevette altri 24 centri abitati dei Nebrodi.

Con l’Unità  d’Italia (1861) la diocesi, già  governata da Giuseppe Maria Papardo, amministratore apostolico sede piena, attraversò una fase critica, dopo la morte del Cardo Villadicani (13 giugno 1861), decano del!’ episcopato siciliano, apertamente ostile ad ogni forma di democrazia liberale. Dopo sei anni di vacanza, infatti, nel 1867 venne promosso metropolita Luigi Natoli che, da vescovo di Caltagirone, si era mostrato meno soggetto al governo borbonico.

Nel 1883, dopo circa 50 anni di sede vacante, Leone XIII unì l’Archimandritato del SS. Salvatore di Messina (federazione di monasteri greci eretta in diocesi da Urbano VIII nel 1635), “aeque principaliter”, all’arcidiocesi. Dopo secoli di incomprensioni e di controversie, le due più importanti istituzioni ecclesiastiche di Messina vennero, così unite sotto un unico pastore.

Gli anni a cavallo del Novecento videro nella diocesi la fioritura di nuovi istituti religiosi: Rogazionisti e Figlie del Divino Zelo, ad opera del Beato Annibale Maria di Francia; Cappuccine del S. Cuore, Apostole della Sacra Famiglia, Ancelle Riparatrici, fondate, rispettivamente, dai servi di Dio Francesco Maria di Francia, Card. Giuseppe Guarino e Antonino Celona, dei quali èin corso il processo di beatificazione.

Il catastrofico terremoto del 28 dicembre 1908 (che provocò 80.000 vittime e distrusse più del 90% degli edifici, a cominciare dalla Cattedrale) contribuì notevolmente ad accrescere l’impegno della Chiesa locale verso quanti persero ogni cosa. Non bisogna dimenticare che in quegli stessi anni operarono in diocesi i Beati: Luigi Orione, nominato vicario generale (1908/11) dal pontefice S. Pio X; Maddalena Morano, figlia di Maria Ausiliatrice, fondatrice dei primi istituti della congregazione in Sicilia; Contardo Ferrini, professore di Diritto Romano presso l’Università  di Messina.

La ricostruzione fu lenta e dolorosa. Essa cominciò sotto l’Arcivescovo Letterio D’Arrigo e, dopo trent’anni, venne conclusa dal successore Angelo Pajno. Cattedrali, episcopi, seminari e centinaia di edifici di culto, istituti e conventi vennero restituiti alla diocesi o costruiti ex novo.

La furia devastatrice dell’ultimo conflitto mondiale, peraltro, non risparmiò quanto scampato al sisma del 1908. Basta un esempio per tutti: la Cattedrale, ricostruita pezzo per pezzo fino al 1929, venne incendiata volutamente dai bombardieri angloamericani il 13 giugno 1943 e bruciò per tre giorni consecutivi, con la calcificazione di marmi, Iiquefazione di bronzi, ecc.

La ricostruzione spirituale e materiale da parte di Mons. Pajno, ormai avanti negli anni, ebbe inizio con l’indizione di due missioni cittadine (1945 e 1948), con la Peregrinatio Mariae in tutta la diocesi (1948), e con la nuova consacrazione della risorta Cattedrale (1947), elevata, per l’occasione, da Pio XII alla dignità  di Basilica.

L’impegno missionario ed il rinnovamento della Chiesa messinese si è sempre più sviluppato, durante gli episcopati di Francesco Fasola e Ignazio Cannavò. In particolare, durante i venti anni di governo pastorale di quest’ultimo, l’arcidiocesi, il 30 settembre 1986, assorbendo la diocesi di Lipari e la prelatura di Santa Lucia del Mela, oltre all’ Archimandritato, si è trasformata in Arcidiocesi di Messina Lipari Santa Lucia, con suffraganee le diocesi di Patti e Nicosia.

Sempre in questi anni, non bisogna dimenticare: la visita pastorale di Giovanni Paolo Il (11 giugno 1988) per la canonizzazione della Beata Eustochia Smeralda Calafato (1434-1485), cittadina messinese e fondatrice del Monastero di Montevergine; la beatificazione (7 Ottobre 1990) da parte dello stesso Pontefice del venerabile Annibale Maria di Francia (1851-1927), e la seconda Peregrinano Mariae nella diocesi (1994-95) in occasione del 50° di sacerdozio e 25° di episcopato di Mons.Cannavò.

Con Mons. Giovanni Marra, (21 giugno 1997) l’arcidiocesi celebra il Grande Giubileo e con rinnovato slancio realizza la “Missione 2000” per preparasi ad affrontare Ie sfide del terzo millennio.

Giovan Giuseppe Mellusi