Le Unità Pastorali: problema o risorsa?

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In questi ultimi anni, qualcosa è cambiato nella parrocchia, e non soltanto nella sensibilità generale. Il suo volto s’è fatto più dinamico, le sue liturgie più comprensibili, l’innervamento sul territorio più elastico.
Ci si è anche accorti che la parrocchia ha una posizione meno centrale rispetto al passato, meno totalizzante, meno capace di controllare tutti gli aspetti dell’esistenza.
Ritenuta legata in modo abbastanza stretto ad una certa immagine di cristianesimo, la parrocchia sembra oggi incapace di rispondere ai nuovi fenomeni civili di mobilità, di appartenenza debole, di urbanesimo industriale, che ha generato rapporti funzionali, modi di aggregazione movimentista, elastica o a distanza.
La chiesa, dunque, pare avviarsi verso una modalità di presenza sul territorio che si prospetta come una galassia di piccole comunità selettive ed elettive: ognuno sceglie la comunità nella quale percorrere un tratto della propria esperienza cristiana e le ragioni della prossimità di luogo, della vicinanza di abitato, non appaiono più così stringenti da determinare i criteri di appartenenza precisa. La parrocchia tradizionale, nella quale la comunità religiosa si sovrapponeva alla società civile, pare non più adeguata a rispondere alle necessità degli uomini e delle donne di oggi.
Per rispondere ad una logica davvero “ecclesiale”, è dunque necessario offrire realtà sociali e comunionali diverse attraverso quelle che vengono definite “Unità Pastorali“, le cui caratteristiche principali devono essere: inclusività, evangelizzazione e missionarietà.

 

“Le Unità Pastorali: problema o risorsa?” Schede per la riflessione e l’approfondimento